Carcere Sant’Anna di Modena: sovraffollamento, disagio e una richiesta crescente di lavoro nella relazione della Garante
16/01/2026
Una struttura oltre il limite, con più di duecento presenze rispetto alla capienza regolamentare, un numero alto di episodi critici e, parallelamente, una domanda sempre più pressante di lavoro, formazione e percorsi di reinserimento. È il quadro che emerge dalla relazione illustrata in Consiglio comunale nella seduta di giovedì 15 gennaio, dedicata alla Casa circondariale Sant’Anna di Modena, dalla criminologa Giovanna Laura De Fazio, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale per il Comune.
Il documento, previsto dal regolamento comunale che istituisce la figura del Garante, fotografa la situazione fino a luglio 2025 e restituisce un racconto fatto di numeri, richieste concrete e interventi di tutela, in un contesto che continua a mostrare segnali di forte pressione organizzativa e umana.
Presenze oltre la capienza e aumento degli eventi critici
La relazione segnala che, a fronte di una capienza regolamentare di 372 posti, nel periodo considerato le presenze hanno raggiunto 578 detenuti, con 206 persone in più rispetto al limite. Un dato in crescita rispetto all’anno precedente, quando le unità eccedenti erano state 164. La popolazione detenuta presenta inoltre una quota di persone di nazionalità straniera attorno al 60%, elemento che incide sull’accesso ai servizi, sulla mediazione linguistica e sulla complessità dei percorsi individuali.
Sul piano delle criticità, il documento riporta 126 casi di protesta individuale, 38 tentativi di suicidio, un suicidio e 308 episodi di autolesionismo, anch’essi in aumento rispetto all’anno precedente. Crescono anche le aggressioni al personale di Polizia penitenziaria: 42 nel periodo considerato, contro le 15 registrate l’anno prima. Numeri che raccontano un ambiente segnato da fragilità, tensioni e un rischio costante di deterioramento del clima interno.
Colloqui, diritti e bisogni: lavoro, affettività, salute
Accanto ai dati più duri, la relazione mette in evidenza l’attività di ascolto e tutela svolta dalla Garante. Nel secondo anno di incarico sono stati 66 i colloqui individuali, in larga parte richiesti direttamente dalle persone detenute, oltre a colloqui di gruppo, con un’attenzione specifica anche alla sezione femminile.
Le tematiche affrontate ricostruiscono una mappa di bisogni ricorrenti: condizioni detentive, accesso ai servizi sanitari, opportunità di lavoro dentro e fuori dall’istituto, mantenimento dei rapporti familiari e affettivi, possibilità di intraprendere o proseguire percorsi di studio e formazione, fino al sostegno nella fase di reinserimento sociale. È una domanda che, nella relazione, appare strutturale: non riguarda singoli casi, ma il modo in cui il carcere può evitare di trasformarsi in un luogo di sola permanenza, senza prospettiva.
Formazione, studio e reinserimento: opportunità presenti, richieste ancora più ampie
Nel corso dell’anno sono proseguiti corsi professionalizzanti già avviati e ne sono stati programmati di nuovi, rivolti sia alla sezione maschile sia a quella femminile. I percorsi citati includono attività legate alla ristorazione, alla produzione alimentare, alla sartoria, al teatro e ad altre competenze spendibili anche all’esterno.
La relazione evidenzia tuttavia uno scarto netto: il coinvolgimento in attività lavorative interne ed esterne non riesce a soddisfare la quantità di richieste, segnalando la necessità di ampliare ulteriormente le opportunità occupazionali. Sul fronte dell’istruzione, i percorsi vanno dall’alfabetizzazione fino alla formazione universitaria: risultano iscritti all’università cinque detenuti. Per loro la Garante indica un’esigenza precisa, molto concreta: spazi dedicati allo studio e strumenti adeguati, come postazioni informatiche, per garantire continuità ai percorsi.
In questa stessa logica rientrano due linee di intervento citate nel documento: la definizione di un piano di riqualificazione della palestra, con il coinvolgimento di realtà cittadine, e una proposta mirata a migliorare le condizioni del reparto “I care”, destinato a detenuti a rischio suicidio o con gravi patologie. Sono elementi che spostano l’attenzione dal solo controllo alla prevenzione e alla cura, in un contesto dove la fragilità mentale e fisica emerge come tema centrale.